CINEMAVVENIRE – Fallo!, di Tinto Brass – L’InterRail del piacere

CINEMAVVENIRE – Fallo!, di Tinto Brass – L’InterRail del piacere

Agosto 26, 2003 0 Di Raffaella Ponzo
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di Sergio Di Lino

Giunto al giro di boa dei settant’anni di età e dei quaranta di carriera (il suo primo film, Chi lavora è perduto, è datato 1963), Tinto Brass prosegue la sua personale battaglia di sdoganamento degli italici tabù sessuali, secondo quella personalissima direttrice demistificatoria del totem-sesso, capace di svoltare in farsa ogni dogmatismo di matrice repressiva. Alla maniera di un suo film precedente (quel Fermo posta Tinto Brass con il quale il regista a suo tempo – si era nel 1995 – sbarcò clandestinamente a Venezia durante il festival, fra gli strali degli organizzatori), Brass si riappropria di una struttura a episodi che vorrebbe restituire l’idea di un’antologia di novelle dal sapore boccaccesco, e mostra un variegato campionario di italiche bellezze femminili, alcune già celebri (Raffaella Ponzo, la musa del penultimo e del terzultimo Piscicelli), altre ancora alla ricerca di gloria: l’ultimo parto del cineasta-satiro per eccellenza si intitola Fallo!, e già dal titolo si propone come un inno alla libertà, la medesima che sostanziava il celebre Do It! di sessantottina memoria, memoria che lo stesso Brass esibisce orgogliosamente nel profilmico, fra simboli pacifisti e poster di Ernesto Che Guevara, facendone di fatto un vessillo.
In sostanza, il film racconta di sei avventure erotiche, diegeticamente scollegate tra loro, al punto di svolgersi in luoghi completamente diversi: si passa dalla torrida Casablanca del primo episodio alla brumosa Londra dell’ultimo (nel quale Brass appare, quasi hitchcockianamente, nella parte di un voyeur), e in mezzo ci sono sì Roma e Rimini, ma anche Malaga, l’Alto Adige e Cap d’Agde… Il comune denominatore delle storie è dato, al di là della mera componente erotica, dall’atteggiamento del regista nei confronti della materia trattata: il sesso come gioco per rivitalizzare il rapporto di coppia, uno sguardo gettato sull’altrove dall’istituzione matrimoniale (che pure Brass non sembra rinnegare, anzi…), come fonte di contatto – non solo fisico – tra individui, in uno strano connubio tra panteismo dell’Eros e edonismo sfrenato; lo sguardo ad altezza-inguine di Brass diviene dunque la cartina tornasole di un atteggiamento che potrebbe definirsi (a)morale, la pervicacia con il quale il cineasta insegue le sue occasionali muse, accompagnandole con amore nelle loro performances, equivale quasi a una dichiarazione di poetica. Quella di Brass sembra configurarsi come una missione demoralizzatrice, una maieutica operazione di rieducazione delle masse. E se non sempre si riesce a comprendere se tale gioco a rimpiattino con il pubblico (sfidarne le remore e i tabù allo scopo di abbatterli) sia frutto di una meditata consapevolezza oppure l’esito ultimo e definitivo di un percorso artistico che sembra non conoscere altri sbocchi, è da salutare come una piacevole ventata di freschezza lo spirito genuinamente libertino che sostanzia la messa in scena.
E poi, alla fin fine, i film di Brass sono soprattutto dei minisaggi di regia, che a tratti rasentano il mero esercizio di stile (non a caso, uno degli episodi di Fallo! si intitola Montaggio alternato, in ossequio – al di là di tutti i doppi, tripli e quadrupli sensi di prammatica – ad una delle figure retoriche-principe del cinema classico), e pertanto, forzando un po’ l’interpretazione, l’aspetto contenutistico può essere considerato secondario. Certo, la raffinatezza quasi viscontiana con cui Brass mette in scena le sue pochades (con la consueta sovrabbondanza di specchi, finestre, cornici, contorni concentrici, in un interminabile gioco di mises en abîme) a tratti stride con l’impianto drammaturgico; ma in fondo, se si accettano le regole e si sta al gioco, si tratta di uno stridore persino gradevole. A stonare sono semmai i dialoghi, spesso monotematici e come imprigionati nella gabbia delle ossessioni del cineasta, perennemente a rischio di rasentare l’aridità di linguaggio (e per un regista “colto” e “calligrafico” come Brass non potrebbe esserci peccato più grave…); e le prove delle attrici, le quali non sempre appaiono a loro agio in un ambito iperrealista e survoltato come quello rappresentato nel film.
Ma, nonostante tutto, l’innegabile simpatia dell’operazione e quell’aria sottilmente naïf giocano a favore di una pellicola programmaticamente leggera, che esibisce con sfrontata voluttà la propria frivolezza, a ricordarci che, di tanto in tanto, d’amore si può anche vivere…

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